Rassegna stampa

Affinare a 2.000 metri: il freddo amplifica le caratteristiche del vino, che evolve senza invecchiare

Il Sole 24 Ore | How To Spend It 9 Dicembre 2020

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Un gusto armonico, giovane e fresco: esistono bottiglie conservate per mesi in miniere d'argento in alta montagna, nella neve o in baite alpine.

(...) Nel Parco fino al disgelo... Vini d'Altura è nata per occuparsi di affinamento: non produce vino, ma lo sceglie e lo porta ogni inverno a 2mila metri, nel Parco Nazionale del Gran Sasso, poco prima che inizi a nevicare. La zona, inaccessibile e segreta (per accedervi, hanno permessi speciali dal Parco e nell'ultimo tratto portano i vini a spalla), assicura un affinamento tranquillo alle bottiglie, conservate in speciali contenitori di legno e ferro che vengono poi ricoperti di neve fino al disgelo. Un progetto affascinante, che ha visto salire in quota, per primi, i vini d'Abruzzo, Cerasuolo, Montepulciano e Pecorino, seguiti da sperimentazioni con altri vitigni italiani, Nebbiolo, Marzemino, Morellino e Negroamaro. Presto si proverà anche con le bollicine metodo classico. Ma cosa succede alle bottiglie coperte di neve? «I sentori tipici dei vitigni sono amplificati, esaltati, ma grazie al freddo, il vino non invecchia: mantiene inalterata la sua freschezza. Al momento del disgelo l'aria rarefatta e ricca di minerali, per una serie di reazioni chimiche, penetra nelle porosità del sughero e regala sfumature uniche, balsamiche, proprio come una boccata d'aria montana», spiega Bruno Carpitella, l'ideatore dell'affinamento in vetta.

Con Vini d'Altura l'affinamento è transumante e racconta l'Italia

Virtù Quotidiane 5 Novembre 2020

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Con qualche ora di anticipo sulla prima nevicata che imbianca le vette del Gran Sasso d’Italia, Bruno Carpitella e Lorena Lucidi trasportano centinaia di bottiglie. A duemila metri d’altitudine, una spessa coltre di neve ricopre presto le cantine mobili, realizzate appositamente per accogliere i vini, proteggendoli dagli eccessi di un ambiente estremo.

Inizia così un processo di affinamento che si protrae tra i 6 e i 7 mesi, fino al disgelo che avviene nel mese di giugno.

Il progetto “Vini d’Altura” ha preso il via circa 5 anni fa. Allora le bottiglie in affinamento erano appena 36 e tutte di aziende vitivinicole teramane. Oggi ad accrescersi è il numero delle bottiglie (che l’anno prossimo arriverà a toccare quota 2.400), ma anche la varietà dei vitigni scelti e l’ampiezza geografica.

Il progetto, voluto dalla società Pendeche Srl di Montorio al Vomano (Teramo), “era nato come strumento di promozione e sviluppo territoriale, in quanto tutto incentrato su produzioni locali”, racconta a Virtù Quotidiane Bruno Carpitella, esperto conoscitore della montagna e autore di questa speciale intuizione che estende al vino quel tipico processo di affinamento in quota, già realtà per formaggi o salumi.

“Abbiamo continuato coinvolgendo diverse aziende teramane, scegliendo per lo più vini Pecorino. Con il tempo ci siamo resi conto che questo processo garantiva significative trasformazioni su tutti i campioni che portavamo in quota. Nel tempo, abbiamo perfezionato la tecnica, realizzando delle strutture destinate a ospitare i vini, abbiamo capito quali erano le condizioni microclimatiche migliori e oggi dalla fase sperimentale siamo passati alla produzione vera e propria”.

In questi rifugi enologici, a duemila metri di altezza, nel cuore del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, la temperatura resta costantemente sotto lo zero per almeno sei mesi, l’umidità è al 100 per cento e la pressione si aggira sui 700 ettopascal. “Le condizioni nelle quali si sviluppa l’affinamento – prosegue – rompono completamente gli schemi rispetto alle tecniche tradizionali, dando vita a un processo che giova al vino”.

“Accade spesso – tiene a sottolineare Carpitella – che quando realizziamo assaggi alla cieca dopo l’affinamento, persino al produttore risulta difficile riconoscere il proprio vino”.

Il primo cambiamento che si tocca con mano nei Vini d’Altura è un ringiovanimento del vino stesso. “I vini degustati dopo questo affinamento – evidenzia l’ideatore – sono vini pimpanti, giovani anche a distanza di anni. Questo ringiovanimento è visibile già dal colore. Vini che partono da sfumature ambrate o granate, tipiche dei vini di età, ritornano a sfumature giovanili. Differenze che sono nettamente percettibili anche dal punto di vista organolettico”.

“I vini acquisiscono caratteristiche derivanti dall’ambiente – continua Carpitella -. L’area del Gran Sasso dove si svolge l’affinamento, nella quale è presente calcare, è ricca di ferro e magnesio, che intervengono sulla trasformazione a livello organolettico. Nei vini si arrivano a sentire sia il calcare che le note minerali. Sui vini bianchi questo crea un effetto di acidità agrumata, mentre sviluppa note balsamiche nei rossi. Il nostro processo non stravolge il vino, ma amplifica le sue caratteristiche iniziali, conferendogli ampiezza ed eleganza”.

I Vini d’Altura disponibili ad oggi sono stati realizzati in partnership con due aziende abruzzesi: Contesa di Collecorvino (Pescara), che ha conferito un Cerasuolo d’Abruzzo Doc e un Montepulciano d’Abruzzo Doc Riserva Terre dei Vestini; mentre l’azienda Biagi di Colonnella (Teramo), che ha aderito all’iniziativa fin dal primo anno, vede in catalogo Trebbiano, Cerasuolo e Montepulciano d’Abruzzo Doc e anche due spumanti metodo Martinotti.

Dall’autunno 2021 si aggiungerà al catalogo anche un Pecorino Igt Colli Aprutini Biagi, mentre l’azienda Cioti ha scelto per l’affinamento un prodotto vinificato da un’uva recentemente riscoperta, autoctona abruzzese, sulla quale sono in corso le ricerche ampelografiche. “In questo caso, data la particolarità del vitigno, allevato nei confini del Parco Nazionale, il progetto – evidenzia Carpitella – è condotto in collaborazione con la Sezione dell’Aquila del Cai”.

Gli altri vini destinati all’affinamento del prossimo inverno arrivano da Piemonte, Veneto, Toscana e Puglia. Salgono per la prima volta in altura un Nebbiolo Doc Langhe di Marco Rabino, un Marzemino Doc Garda della Cantina Zatti, un Morellino di Scansano Docg di Pietramora e un Negroamaro Igp del Salento della Cantina Lizzano. A differenza di tanti vini prodotti ad alta quota, esempi di viticoltura eroica, questo affinamento si traduce in un marchio a tutti gli effetti.

“Stiamo puntando sul tema della transumanza del vino. Una volta che appurato che le trasformazioni a livello chimico-fisico sono evidenti, ora vogliamo allargare il progetto a livello nazionale”. E in effetti, proprio per sottolineare il concetto di transumanza del vino, “capace di rappresentare una sintesi di ciò che offre l’Italia dal punto di vista enologico e ambientale” – conclude Carpitella – i Vini d’Altura, saranno denominati Transumante”.

L'innegabile fascino della scoperta: i Vini d'Altura abruzzesi

Deep Red Stories 5 Aprile 2020

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Se è vero il detto che recita: “dietro ad un grande uomo c’è sempre una grande donna” si potrà allora tranquillamente affermare che: “dietro ad un grande vino ci sono sempre un grande uomo e/o una grande donna”. Possiamo parlare di terroir, clima, vigneto etc… ma ci sarà sempre la mano, l’interpretazione e l’intuizione di qualcuno. Quando si parla di vini estremi si fa riferimento alla voglia di sperimentare, l’esempio più noto a tutti è la viticultura “eroica” svolta in aree dove i pendii rendono difficile qualsiasi operazione in vigna. In casi più particolari si tende a testare come l’affinamento in ambienti peculiari influenzi le caratteristiche del vino, basti pensare alle bottiglie di spumante poste nei fondali marini o alle botti nelle profondità di una grotta.

Ho conosciuto Bruno Carpitella e la sua compagna Lorena Lucidi nel 2012, in quel periodo lavoravo in un locale al centro della mia città e nonostante abitassero in un’altra regione, erano clienti fissi ed abituali. La nostra passione per il buon cibo e il buon vino, oltre a farci diventare grandi amici, ci ha spesso portati a condurre lunghe chiacchierate in merito e fu proprio durante una di queste che Bruno nominò i “Vini d’Altura”. “Sai – disse – è da qualche tempo che ogni anno, tra ottobre e novembre, prima che arrivi il grande freddo, trasporto alcune bottiglie di vino sulle montagne dell’Appennino, a una quota di circa 2000m. Le lascio riposare sotto la neve per tutto l’inverno e quando arrivano i primi caldi e la neve fonde le riporto giù… sai che bombe che diventano!”.

Da bravo sommelier, curioso ma diffidente, gli dissi che sembrava un progetto interessante ma mi parve veramente strano che un vino potesse migliorare in quelle condizioni così estreme. Mi spiegò che questa tecnica, perfezionata negli anni, si ispirava ad un’usanza che aveva osservato e ripreso da alcuni pastori incontrati da ragazzo durante un trekking nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Passarono alcuni anni prima che decidessi di assaggiarne uno. Il punto di svolta arriva grazie al sostegno di alcune aziende abruzzesi, guidate dalla cantina Biagi di Colonnella e dall’entusiasmo del proprietario, che permettono di trasformare un semplice esperimento personale in un vero e proprio progetto imprenditoriale e di indagine enologica. Era Aprile 2017, partiamo per un percorso in montagna, il primo ed il più semplice di una lunga serie; caricate le bottiglie fornite dalle cantine come termine di paragone, zaini in spalla, ci dirigiamo verso un rifugio in quota dove trovammo, sotto un sottile strato di neve e ghiaccio, le bottiglie lasciate l’autunno precedente.

Una volta seduti al tavolo, il panel ebbe inizio: prima i vini “canonici”, due bianchi fermi e un metodo Charmat. La Passerina si era “seduta” ed aveva intrapreso il suo inesorabile percorso verso la vecchiaia; d’altronde è un vino poco adatto ad essere bevuto dopo 2 anni. Il Pecorino invece, più strutturato ed acido, si era giustamente ammorbidito ed aveva sviluppato un bouquet aromatico più ampio. Per quanto riguarda il Trebbiano d’Abruzzo spumante, non millesimato, mi trovai di fronte ad una bottiglia molto gradevole ma nel quale nessuna caratteristica spiccava in maniera particolare. Passammo poi alla versione d’Altura. Il colore di tutti i vini era già molto differente: cristallino, vivo e tendenzialmente più verde. Una volta portati i bicchieri al naso un’espressione di stupore si dipinse sul mio volto, mi guardai attorno e l’espressione sul volto di chi il vino l’aveva fatto era la medesima. Il filo conduttore era chiaro: questa sensazione fumè, di roccia bagnata, faceva da apripista ad un’esplosione di profumi floreali, fruttati e di erbe aromatiche nei due bianchi fermi. Lo spumante invece dimostrò di aver assottigliato il suo perlage ed un carattere che per alcuni versi (Dioniso mi punirà per questa affermazione) ricordava un metodo classico da Pinot Noir. In bocca tutti e tre si dimostrarono estremamente dinamici, scattanti e freschi sulla lingua, con una sapidità da manuale e un ritorno minerale straordinario. Lunghissimi. Incredibilmente i vini sembravano ringiovaniti al palato, quasi fossero appena usciti dalla cantina, con un bouquet aromatico estremamente più accattivante.

Da quel momento il progetto Vini d’Altura, oltre ad aver dimostrato a tutti i partecipanti dei vari panel e successive degustazioni, di poggiare su solide basi scientifiche – tuttora in corso di studio – si avvale del patrocinio del Parco Nazionale del Gran Sasso (che ospita le cantine mobili destinate all’affinamento) ed ha raggiunto quest’anno la produzione di circa 2000 bottiglie. Attualmente, oltre ai vini abruzzesi (Pecorino IGT, Trebbiano DOC, Cerasuolo DOC, Montepulciano DOC e Spumante Brut), già acquistabili, si affianca una selezione di 70 vini in test, provenienti da 30 cantine nazionali; i migliori prodotti della sperimentazione andranno a costituire il catalogo di Vini d’Altura dell’anno successivo.

Uno degli aspetti di questo progetto che più mi ha affascinato è come il processo si compia in modo del tutto naturale. Come sottolinea Bruno Carpitella, il complesso insieme di condizioni ambientali (temperatura, pressione atmosferica, purezza dell’aria, rarefazione dell’ossigeno e non ultimo il contatto diretto con la neve e le rocce calcaree), porta la nostra attenzione sulle tematiche ambientali, sulle drammatiche conseguenze che i cambiamenti climatici stanno causando in tutti gli aspetti della nostra vita. Per non parlare di quanto l’aumento delle temperature medie e dei pattern di precipitazione stiano modificando irrimediabilmente la qualità ed il gusto del vino a livello mondiale.

I Vini d’Altura sono anche un invito ad avvicinarsi sempre di più ad una filosofia green ed eco-sostenibile.

 

P.S.
Come ogni anno le bottiglie in quota non sono al corrente di ciò che accade quaggiù, ed è incredibile pensare che non abbiano la benché minima idea che in questo periodo il resto del mondo sia in quarantena.

Ho conosciuto il mago che trasforma il vino sotto la neve del Gran Sasso

Scatti di Gusto 26 Agosto 2019

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Siamo a Colledara, il piccolo borgo che accoglie quanti escono dal Traforo del Gran Sasso in direzione di Teramo. Un po’ più in alto dei 430 metri ufficiali del comune, spicca un casale di pietra, adagiato su una piattaforma di roccia che si affaccia direttamente sulle pendici del gigante d’Abruzzo. E’ il B&B aperto pochi anni or sono da Bruno Carpitella, romano di nascita ma abruzzese di adozione, che gestisce insieme alla compagna Lorena Lucidi: si chiama Scacciapensieri e non è un nome a caso.

La struttura è molto accogliente e offre una vista da sogno, perfetta per dimenticarsi di affanni e stress. Aria di montagna finissima, niente rumori molesti, ci si muove scalzi e non mancano nemmeno sauna e idromassaggio. Perfino la colazione è alla carta, anzi “a portata” mi spiega Lorena, cioè quando l’ospite si siede inizia la processione dalla cucina, con specialità a base di prodotti dell’orto preparati sul momento e ingredienti selezionati.

Ma lo Scacciapensieri, per quanto seducente, serve a finanziare un altro sogno molto più ambizioso e sorprendente: il progetto Vini d’Altura. Che non sta ad indicare visioni di viticolture eroiche o improbabili icewine dell’appennino, ma un processo di affinamento nel ghiaccio che letteralmente trasforma il vino, acquistato già prodotto e imbottigliato da cantine terze.

Sarà l’ennesima operazione di marketing? ho pensato lì per lì. Però poi Bruno mi racconta una storia. Mi parla della sua passione per la montagna, delle gite in solitaria quando era ragazzo, per conquistare le vette del Lazio. E di come per un caso fortuito si è trovato a bere del vino lasciato sotto la neve l’anno precedente. Qualcosa era cambiato, il vino era più complesso, più intenso. Decisamente migliore.

Da qui, la curiosità e gli esperimenti, molti, che hanno portato a selezionare una zona particolare del Gran Sasso, a 2000 metri, nel cuore del Parco Nazionale. La zona 1, quella più protetta, dove non entra nessuno. Tranne Bruno Carpitella e le sue bottiglie: “Prima della prima grande nevicata sistemiamo le bottiglie nei nostri container realizzati in legno e metallo, posti direttamente sul suolo. Poi la neve e il ghiaccio ricoprono il tutto e lo nascondono alla vista fino al disgelo, quando riportiamo a valle bottiglie e container. Abbiamo avuto il permesso dall’Ente Parco – mi spiega – perché rispettiamo tutti i parametri di non ingerenza con fauna, flora e paesaggio. Si tratta di zone con una composizione del suolo particolare, che entra in sinergia con il clima e le bottiglie, per garantire risultati incredibili. Ho fatto lo stesso esperimento in altre zone del Gran Sasso come su altre montagne molto alte delle Alpi, ma senza lo stesso risultato".

E’ il momento di stappare, e la mia curiosità è alle stelle. Mi viene posto davanti un trebbiano prodotto da una nota e seria azienda locale. Bastano pochi minuti e arriva un’esplosione inattesa, intensa di fiori gialli, di pompelmo, note di fieno e vegetali, proposte all’olfatto con una verticalità che non è proprio tipica. Anche il sorso non è da meno, intenso lungo e gratificante. Stesso discorso per il Cerasuolo, dalla medesima azienda, che sfoggiava addirittura sentori di garofano che non cedevano il passo né alla marasca né alle piccole bacche rosse, in un dialogo continuo e seducente. Col montepulciano, intenso, rustico e corposo, la traformazione è in finezza: diversa azienda locale di provenienza, e una bottiglia base che si trasfigura. Tutti i sentori tipici esaltati e intensificati, come per una versione invecchiata, dai tannini morbidi ma con la freschezza intatta e vibrante, che chiama un secondo sorso (e pure un terzo).

(...)

Per ora Bruno Carpitella produce con questo metodo 2000 bottiglie in tutto, ma l’idea è di arrivare a qualche decina di migliaia. “All’inizio il mio sogno era di creare una sorta di movimento regionale intorno all’affinamento ad alta quota. Ma non sono riuscito a mettere d’accordo i produttori locali, che si fanno la guerra invece di fare squadra“.

Ma forse è stato un bene, perché abbandonato il sogno abruzzese, il progetto di Bruno ha destato l’interesse di molte cantine importanti, dalle Alpi a Pantelleria. “Sto selezionando cantine in tutta Italia, e in autunno porterò in quota bottiglie di diverse aziende che sono interessate all’esperimento“.

Le bottiglie affinate da Bruno Carpitella si riconoscono dall’etichetta Vini d’Altura (che riportano le informazioni sulla cantina di produzione e imbottigliamento) e dal caratteristico cordino (da arrampicata, ovviamente). Si acquistano direttamente presso il B&B oppure online, e costano un po’ più della bottiglia di partenza, ma non quanto si possa supporre, cioè da 20 a 50 €. A Roma potete assaggiarli presso Casa Bleve, a via del Teatro Valle.

Nel giro di un paio d’anni, sulla base dei risultati ottenuti, nascerà una mappa del vino affinato in Altura, in cui Nord e Sud saranno determinati dal meridiano che passa per il Gran Sasso d’Italia. E chissà che non metta finalmente d’accordo tutti gli italiani.

Biagi e la nuova nicchia dedicata ai Vini d'Altura

Abruzzo Magazine 29 Maggio 2019

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Ogni edizione di Vinitaly è fatta di novità, intuizioni, prodotti frutto di ricerca e sviluppo. Lo sanno bene i fratelli Luca e Fabrizio Biagi, che con la loro azienda agricola di Colonnella (Teramo) hanno saputo stupire ancora una volta, conquistare i tantissimi buyer e appassionati giunti a Verona per la manifestazione.

Lo hanno fatto grazie alla collaborazione nata con Bruno Carpitella, amministratore della società Pendeche, che rappresenta l’iniziativa e il brand Vini d’Altura. Il frutto della partnership si è tradotta, per il momento, in un Pecorino Igt Colli Aprutini 2016 e in uno Spumante Brut.

La grande particolarità di queste produzioni di nicchia va ricercata nell’invecchiamento in quota: bottiglie “seminate” in autunno nelle vicinanze dei rifugi Franchetti, Duca degli Abruzzi e Fioretti, tra i 1.500 e gli oltre 2.400 metri di altitudine, lasciate l’intero inverno, sotto il freddo gelido e il manto nevoso, stappate in estate. E il sapore e gli odori che si ritrovano poi nel calice e in bocca sono straordinari, con un ricco perlage, un’impressionante mineralità e sapidità.

L’Abruzzo scopre i Vini d’Altura, eredità dei pastori

Il Centro 11 Giugno 2017

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I vini invecchiati sott’acqua, nelle profondità del mare, sono diventati un must. Ma mai nessuno, finora, aveva pensato ad invecchiare i vini bianchi sotto la neve, ad alta quota.

Ci ha pensato Bruno Carpitella, imprenditore della Valle Siciliana e amministratore della Pendeche Srl, che si occupa di promozione del territorio, che ha raccolto un'eredità culturale tramandatagli dai pastori. E ha varato un progetto, che si chiama “Vini d'altura”: per la prima volta al mondo studia e promuove l'invecchiamento dei vini ad alta quota. Carpitella in realtà ha raccolto e canonizzato un'usanza circoscritta a un gruppo di pastori.

«Una trentina d'anni fa, avevo 18-19 anni, vidi sul Gran Sasso dei pastori che trafficano sotto una roccia: prendevano una bottiglia e ce ne mettevano un'altra. Mi avvicinai e mi invitarono a bere la bottiglia che aveva passato l’inverno in quota. È stato un colpo di fulmine. Così mi hanno trasmesso il rituale, che io ho portato avanti ma a livello personale». Carpitella lasciava le bottiglie in autunno e le andava a riprendere in primavera.

Fondata “Pendeche”, l’idea è stata di far godere anche ad altri le proprietà del vino bianco maturato sulle vette del Gran Sasso. «Mi sono detto: quali sono gli elementi più rappresentativi di questo territorio? Sono montagna, vini e prodotti gastronomici. Ed è venuto naturale organizzare qualcosa, rendendo scientifico un rituale». Nel progetto sono state coinvolte per ora tre cantine: la Tenuta Terraviva di Tortoreto, i Vini Biagi di Colonnella e le Cantine San Lorenzo di Castilenti. Sono state portate 36 bottiglie di vino bianco nel cuore del Gran Sasso: al rifugio Franchetti (2.433 metri) e al Duca degli Abruzzi (2.388 metri).

«Tutto il mondo dell’enologia dice che i vini vanno invecchiati in cantina a temperatura costante, sennò si rovinano. “Vini d'altura” dimostra che ciò è semplicemente falso. I vini bianchi in condizioni particolari, a un’altezza di almeno a 2000 metri, con una pressione atmosferica bassissima – non più di 750 millibar – e a temperature bassissime acquisiscono caratteristiche particolarissime. Durante questo primo anno abbiamo monitorato nelle stazioni meteo dei rifugi, si sono registrate temperature esterne fino a -34°C. Le bottiglie tuttavia non subiscono questi sbalzi termici poiché protette dalla neve. Orami abbiamo accertato che questa “magia” avviene per via di una combinazione di parametri ambientali impossibili da riprodurre artificialmente. Assaggiando i nostri vini sentirete una mineralità pazzesca: vi sembrerà di trovarvi in una grotta piena di neve».

Alla scoperta dei Vini d'Altura

ANSA 5 Giugno 2017

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Tutto iniziò nel giugno 1987 quando Bruno Carpitella, imprenditore e appassionato frequentatore delle montagne d'Abruzzo, giunto in vetta al Monte Marsicano incontrò tre pastori impegnati nel magico rituale delle "bottiglie in montagna": dalle rocce prendevano una bottiglia per sostituirla con un'altra portata nello zaino.

Dopo anni di sperimentazione pionieristica Carpitella decide di organizzare la prima esperienza coordinata di invecchiamento in quota di vini d'Abruzzo, in collaborazione con Tenuta Terraviva di Tortoreto (Teramo), con Vini Biagi di Colonnella (Teramo) e con Cantine San Lorenzo di Castilenti (Teramo).

Una selezione di bottiglie è stata trasportata a piedi nel cuore del Gran Sasso e sistemata nei pressi del Rifugio Franchetti (2433m) e del Duca degli Abruzzi (2388m). Lassù, nel corso dei mesi invernali, dalla prima nevicata al periodo del disgelo, dal contatto con l'aria satura di molecole minerali si innesca uno specifico processo di micro-ossigenazione attraverso il sughero.

Tutti questi fattori concorrono nel conferire ai vini un'impressionante mineralità e sapidità e un particolare perlage agli spumanti. L'analisi gustolfattiva dei campioni esaminati ha evidenziato le caratteristiche acquisite alla fine del processo di maturazione in quota.

Abruzzo, alla scoperta dei Vini d’Altura nei Rifugi del Gran Sasso

Cityrumors 5 Giugno 2017

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Tre appuntamenti, dall’11 giugno al 12 agosto, per degustare vini abruzzesi maturati in alta quota, a coronamento di escursioni con la Compagnia delle Guide nei rifugi del Gran Sasso, il Duca degli Abruzzi e il Franchetti.

Si potrà condividere così la prima esperienza a livello mondiale di invecchiamento dei vini a condizioni climatiche estreme, con esposizione a temperature e pressione bassissime.

Dopo anni di sperimentazione pionieristica Carpitella decide di organizzare la prima esperienza coordinata di invecchiamento in quota di vini d’Abruzzo, in collaborazione con Tenuta Terraviva di Tortoreto, con Vini Biagi di Colonnella e con Cantine San Lorenzo di Castilenti.

Nello scenario offerto dai due rifugi le bottiglie saranno aperte con la presenza di sommelier e delle aziende vinicole partner per tre degustazioni di Vini d’Altura e di eccellenze della gastronomia teramana e abruzzese.

Gli appuntamenti sono l’11 giugno alle 11:30 al Rifugio Duca degli Abruzzi con Tenuta Terraviva; il 2 luglio alle 11:30 al Rifugio Franchetti con Vini Biagi e il 12 agosto alle 17:30 di nuovo al Rifugio Duca degli Abruzzi con Cantine San Lorenzo.

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